Dieci cose che non sapevo sul gioco dei bambini

Qualche settimana fa sono stata ad un bellissimo evento organizzato da Fisher Price al Museo Explora, Il Museo dei Bambini di Roma. In quell’occasione, la dottoressa Elena Urso, pedagogista, ci ha parlato approfonditamente del rapporto genitore-figlio, facendoci entrare nelle testoline dei bambini da 0 a 6 anni per esclamare: #eccocosapensa!

Quello che già sapevo, è che giocare è una delle attività più importanti per lo sviluppo dei bambini. Attraverso il gioco, imparano a conoscere il mondo e a gestire le proprie emozioni. Non è una semplice attività di intrattenimento, ma l’attività per eccellenza che li aiuta a diventare grandi.

Quello che non sapevo, o che in un certo senso avevo bisogno di tenere più a mente, ve lo racconto come promesso in questi dieci punti.

#1 Il pensiero magico

La caratteristica del pensiero dei bambini, nei primi sette anni di vita, è l’attribuzione a tutti gli altri esseri, anche a quelli inanimati, di quello che loro pensano e dei loro stessi sentimenti. Incapace di distinguere la propria realtà interiore da tutto ciò che esiste fuori di lui e di comprendere il pensiero logico, il bambino applica costantemente il pensiero magico. I nessi causali, il tempo e lo spazio, niente di ciò che per noi è reale trova applicazione nella sua mente. Così il sole sorge perché vuole illuminarci, il fuoco brucia perché è cattivo, la pioggia è dispettosa e i fiori si fanno belli solo per noi.

Insomma, i bambini vivono in una condizione di gioco perenne. Per loro, il gioco non cessa mai. Ma proprio mai mai. Ecco perché è così difficile interromperli, farli smettere di giocare. Dobbiamo richiamarli necessariamente alla nostra realtà perché è ora di andare a scuola o è pronta la cena? Per avere più probabilità di successo, possiamo provare ad entrare nel gioco.

Versione 1

“Gabriiii, metti a posto quella nave pirata e vieni a tavolaaa! E’ la centesima volta che ti chiamo, la cena ormai è fredda!”

Versione 2

“Capitan Uncino! L’equipaggio l’attende per consumare insieme il pasto e discutere della prossima missione! Il pesce è stato pescato oggi stesso e profuma di mare!”

Ho provato: la versione due funziona sempre. Io mi diverto anche ad inventarle!

Sua Maestà Gabri, ritratto ad olio del 2014.

#2 L’egocentrismo funzionale

I bambini sono egocentrici, nel senso più letterale del termine. Egocentrico: “che riconduce e subordina a sé ogni sorta di valori, prescindendo dall’esistenza di altri punti di vista e di riferimento.” Insomma, tutto ha senso solo esattamente come lo vedono loro, e non c’è modo di convincerli del contrario. Non solo, sono affetti da un innato senso di onnipotenza unito ad una meravigliosa sindrome da ingiustizia cosmica. Un bel mix eh? Nonostante questo, la loro vita è completamente eterodiretta: siamo noi a decidere tutto per loro. E’ solo nel gioco che possono esercitare il proprio potere. Quindi, almeno in questo, cerchiamo di limitare il nostro condizionamento. Lasciamoli giocare il più possibile liberamente.

#3 Viceversa non esiste

Avete presente quel film, riproposto in mille versioni dagli anni ’70, nel quale la madre si risveglia nei panni e nel corpo della propria figlia, e viceversa? E’ una storia che fa i conti con una dura realtà, strettamente correlata con il punto precedente: i genitori possono mettersi nei panni dei figli. I figli non sono capaci di mettersi nei panni dei genitori, neppure per gioco. Eppure quante volte cerchiamo di spiegare ai nostri bambini, anche se piccoli, il nostro punto di vista? Ci arrabbiamo se non sono in grado di comprendere i nostri impegni, i limiti della realtà, le promesse che non siamo in grado di mantenere, che sia per stanchezza o per cause di forza maggiore. Insomma, smettiamo di provarci e prendiamone atto: non sono cattivi, è che li disegnano così. 

#4 Il gioco è una relazione

Come mamme, ci preoccupiamo spesso di “far fare qualcosa” ai nostri figli. A volte programmiamo persino le attività ludiche, come se farli giocare o giocare con loro fosse un compito da assolvere più che un momento di condivisione spontanea e reale. Ma la cosa più importante che i bambini memorizzano dei momenti di gioco insieme ai genitori è quanto ci piaccia quel momento. Sono le emozioni che quell’attività suscita in loro e in noi. Perché Il gioco è una relazione. Smettiamo di annullarci per stare dietro solo ai loro bisogni e teniamo in considerazione anche i nostri desideri. Scegliamo giochi che piacciono anche a noi, e non forziamoci di giocare a qualcosa se non ci piace farlo. Non ne abbiamo voglia? Diciamo NO. La mamma non deve avere per forza qualcosa da fare per dire: “Amore, adesso no.” che è molto meglio che rifilargli un generico “Dopo.” I bambini, infatti, non sanno prefigurarsi il futuro. Per loro “dopo” è un concetto estremamente vago ed incomprensibile, e per questo frustrante.

#5 Distruggere è un gioco creativo

Rompere qualcosa, strappare la carta, distruggere le costruzioni e fare un gran casino non è un atto distruttivo, ma un esperimento creativo. Guarda che magia, da un pezzo solo diventano tanti! Che rumore fa se lo lancio? E se tiro fuori tutto da questo cassetto, che succede? Un gioco rotto non smette di essere un gioco, si è semplicemente trasformato in qualcos’altro, non gettiamoli via di nascosto come ho fatto io mille volte (OPS!). E i bambini amano svuotare i cassetti per scoprire l’ignoto. Così facendo, inconsapevolmente si guardano dentro. Magari mentre indagano nel proprio inconscio, riusciranno a scoprire anche il mistero dei calzini spaiati.

Bibi indaga nel subconscio dei calzini spaiati.

#6 L’attenzione laterale

Fino a 3 anni, l’attenzione media che un bambino può dedicare ad un gioco è di 2, massimo 3 minuti. Sì, lo so, non è una buona notizia. Perché nessuno sa meglio di una mamma che  una giornata di 12 ore è fatta di un’infinità di blocchi di tre minuti. Ma è assolutamente normale che passino rapidamente da un’attività ad un’altra. Non dobbiamo costringerli a focalizzare l’attenzione su una cosa sola. E non sapete quante volte ho sospeso la lettura di una storia perché Ale e Gabri si distraevano con altro. Ignoravo che la mente dei bambini è predisposta all’attenzione laterale, sono naturalmente multitasking! Riescono a fare più cose contemporaneamente e, anzi, hanno bisogno di muoversi per riuscire a concentrarsi.

 

#7 Il gioco autonomo 

Mio figlio non gioca mai da solo! Se un bambino richiede la nostra costante presenza o assistenza nel gioco, non dobbiamo assecondarlo sempre e comunque. La sua incapacità di giocare autonomamente potrebbe essere indice di un’insicurezza nella relazione, che purtroppo non si risolve continuando a giocare con lui. Farlo crescere, significa permettergli di sperimentare il senso di solitudine per imparare a gestirlo. Per poter concludere “Sono sopravvissuto. Sono forte!”

Tra fratelli, la presenza del genitore spesso imprigiona i bambini, perché nel gioco vorranno attirare la sua attenzione. Ecco perché in presenza di un genitore, i fratelli litigano di più!

#8 Giocare con gli altri

Quante ne ho sentite sulla socializzazione! Io lo mando al nido, io no. Socializzano, non socializzano… Come sempre, la verità stava un po’ nel mezzo.

Fino a 3 anni, giocare insieme agli altri bambini è una pretesa che non dovremmo imporre ai nostri figli. Così come la condivisione di un gioco, che non si deve mai forzare. Ma per un bambino, socializzare a questa età vuol dire semplicemente comprendere che esistono anche gli altri, ma non necessariamente relazionarsi con loro.

#9 Il gioco fisico

Se un bambino ha la tendenza a giocare con gli altri bambini in modo molto fisico, è perché ha necessità di trasformare in azione delle emozioni che non riesce ad esprimere verbalmente. Anziché rimproverarlo e farlo sentire in colpa, proviamo ad offrirgli alternative di comportamento, e indaghiamo sulle ragioni della loro difficoltà. Io ho affrontato questo problema quando Ale aveva circa tre anni, e ancora la sua espressione verbale era molto limitata. Incapace di comunicare con gli altri bambini, molto più avanti di lui dal punto di vista del linguaggio, diventava violento e oppositivo. Abbiamo affrontato le sue difficoltà iniziando un percorso con la logopedista e in poco tempo lo abbiamo visto più sereno e sicuro di sé.

#10 Il telefono non è un gioco

Con mia grande sorpresa, durante l’evento ho scoperto di essere l’unica mamma presente che non consente ai propri figli di giocare con il telefono. Non me ne faccio un vanto, ho sempre pensato che si trattasse di fortuna, perché loro non mostrano grande interesse verso questo strumento. Ma non sarà sempre così. Per questo è bene ricordare che telefono e tablet sono strumenti immersivi, nei quali la dimensione temporale cessa di esistere. Mentre giocano, due ore ai bambini possono sembrare due minuti. Insegniamo loro che il telefono è solo uno strumento di comunicazione, ne gioveranno anche in età adulta. E se usano il tablet, meglio dar loro una pennina: è meno intuitiva e allena la coordinazione oculo-manuale. Fissiamo dei limiti di tempo e rispettiamoli sempre.

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Sono molto felice di avere avuto l’opportunità di partecipare a questo incontro Fisher Price, durante il quale una voce esperta e competente si è messa al servizio delle mamme. Non capita spesso che un evento riservato alle blogger si riveli così utile, interessante e ricco di contenuti. Grazie Fisher Price!

Spero che questi dieci punti serviranno anche a voi, così come sono serviti a me. Perché, anche con tre figli, non si smette mai di imparare cose nuove sui meccanismi delle loro meravigliose testoline.

#eccocosapensa #playmore

have fun.

3 comments

  1. Sei bravissima! Sono mamma ed educatrice ed i contenuti sono cose che conosco e che condìvido.
    Ma tu hai il dono di essere chiara sintetica e molto
    Molto simpatica!!!!!!

  2. Ciao, grazie! È molto interessante quello che hai scritto! Mi interesserebbe sapere anche “le 10 cose che non sapevo…” sui bimbi dai 7 anni ai 12 anni. ?

Mi interessa sapere cosa ne pensi!